INTERVISTA

    Intervista alla Dott.sa Maria Fiorella Gazale.

    In corso di pubblicazione presso la rivista online dell’Ordine degli Psicologi della Catalogna, COPC.

     

    1. Lei in qualità di co-fondatrice dell’IRPSI (Istituto Italiano Rorshach e Psicodiagnostica Integrata Multimetodo), potrebbe dirmi quali sono le finalità del suo Istituto?

    La nostra scuola ha l’obiettivo di insegnare l’uso dei principali test psicodiagnostici di personalità e di livello cognitivo, per adulti e per minori, con una buona base scientifica, validati da una letteratura internazionale, con profondo rispetto della dignità della persona e del suo diritto di essere riconosciuta e compresa in modo gentile, empatico e scientificamente ineccepibile. La cornice teorica valorizza la dimensione relazionale e collaborativa del contesto psicodiagnostico. Non vogliamo paragonare la somministrazione dei test ad una specie di radiografia o esame medico, ma ad una relazione significativa da cui il soggetto deve alla fine trarre una sensazione di maggior fiducia in se stesso, la sensazione di essere stato capito e riconosciuto nei suoi pregi e nelle sue debolezze e un aiuto concreto a superare i sentimenti di vergogna, colpa o impotenza per le proprie fragilità. Nel caso delle valutazioni di minori, diamo molto spazio alla relazione empatica e supportiva con il genitore, dal primo incontro alle fasi della restituzione. L’insegnamento prevede anche molte ore di esercitazioni sia in sede sia attraverso un tirocinio obbligatorio in servizi di salute mentale. Inoltre stimoliamo gli allievi alla partecipazione a congressi internazionali, anche con la collaborazione a ricerche e la presentazione di poster o paper.

    2. Nelle università spagnole e catalane sta scomparendo l’esame di valutazione con metodi proiettivi; secondo lei qual è la situazione attuale dell’uso dei metodi proiettivi, soprattutto in Italia?

    La situazione italiana, per quello che riguarda l’insegnamento di test psicodiagnostici negli istituti universitari risulta variegata e abbastanza positiva. Penso alle università Bicocca di Milano, all’Università Cattolica di Milano e Brescia, all’Università di Torino dove gli insegnamenti di psicodiagnostica sono numerosi e articolati, a Padova, alla Sapienza di Roma, all’Università di Catania, e molte altre. Purtroppo le ore di formazione e di esercitazione pratica che i corsi universitari dedicano all’assessment psicologico rimangono comunque scarse, pertanto l’università può dare alcune informazioni di base e suscitare un interesse negli studenti, ma non può garantire una vera e propria trasmissione dei fondamenti dell’uso della psicodiagnosi e dei suoi specifici strumenti. Anche nelle scuole di specializzazione in psicoterapia e nei corsi di perfezionamento post universitario di psicologia giuridica vengono trasmesse nozioni basilari sull’uso dei test all’interno della valutazione clinica e nelle tipiche aree forensi. Vari istituti privati, come il nostro, propongono master specifici sui principali test psicodiagnostici.

    3. Per quale motivo considera validi e necessari Rorschach e gli altri metodi proiettivi?

    Il test di Rorschach può fornire informazioni straordinariamente ricche ed articolate sulla personalità del soggetto, così come, in misura minore, anche altri metodi di performance con una robusta letteratura scientifica come, ad esempio, il TAT, il Wartegg nella versione di Alessandro Crisi, e l’ORT di Phillipson. Innanzitutto una precisazione: secondo il punto di vista di Exner, fondatore del Sistema Comprensivo, i test cosiddetti ‘proiettivi’ sarebbero da definire piuttosto ‘test di performance’, poiché la proiezione non è una loro caratteristica esclusiva: elementi di proiezione sono possibili in qualsiasi test, e la specificità del Rorschach è il fatto di utilizzare delle immagini fortemente stimolanti e poco strutturate e di porre il soggetto nella necessità di effettuare una scelta tra diverse risposte. Ricordava Exner che un soggetto ad un test cognitivo potrebbe rispondere, ipotizzando che debba dare la risposta ‘4’, dicendo “4, come le 4 stagioni che mi ricordano l’evolversi del tempo e della vita”: questo evidentemente sarebbe un uso proiettivo all’interno di un test cognitivo. Penso che l’importanza del test per immagini, in particolare il test di Rorschach ma anche TAT e gli altri simili, stia soprattutto nella capacità degli stimoli visivi di sollecitare una parte del cervello più direttamente collegata con l’attività emotiva e con i ricordi profondi. Importanti studi con EEG e fMRI (per esempio Giromini, 2010, Asahi, 2010), hanno evidenziato che l’attività cerebrale durante l’esposizione al Rorschach è particolarmente attiva in zone che, come l’amigdala, l’area temporale destra, la corteccia prefrontale orbitale, hanno una diretta risonanza emotiva o che sono connesse con la sensibilità relazionale e sociale. Inoltre un aspetto fondamentale della somministrazione del Rorschach è proprio la relazione che si instaura tra psicologo e paziente. Il fatto di avere come strumento intermedio nella relazione la tavola del Rorschach che è fortemente sollecitante sul piano emotivo, ma nella cornice strutturata del test, comporta che tra i due soggetti si crei qualcosa di simile all’area transizionale descritta da Winnicott, particolarmente feconda e necessaria per la crescita del bambino, nella quale si sospende il giudizio sulla verità e l’oggettività di un elemento di percezione, mentre si crea un’immagine condivisa, che permette al soggetto di esprimere aspetti di sé altrimenti inespressi. In questo modo la relazione viene molto facilitata e raggiunge rapidamente una profondità ed una libertà che altrimenti richiederebbero un tempo di conoscenza molto lungo.

    4. Voi, attraverso il vostro Istituto formate molti psicologi; potrebbe spiegarmi il significato della Psicodiagnostica Integrata Multimetodo?

    Ogni test fornisce un punto di vista diverso sulla personalità, perché stimola il paziente ad un livello specifico, dando perciò informazioni parziali. Per questo l’assessment psicologico deve fondarsi su strumenti che integrino caratteristiche diverse, in grado di stimolare il soggetto a livelli differenti. Sappiamo che il soggetto ha stati della mente che possono essere più o meno integrati tra loro oppure dissociati, e che stimoli diversi li possono attivare, permettendo al diagnosta di riconoscerli e di favorire una loro integrazione attraverso una restituzione rispettosa, non giudicante ed integrativa dei diversi aspetti emersi, in un contesto relazionale supportivo ed empatico.

    5. Tutta la formazione va di pari passo a una teoria psicologica, qual è la teoria che voi appoggiate?

    La valutazione psicodiagnostica mira ad ottenere una descrizione funzionale della personalità che tenga conto della migliore descrizione possibile di stati emotivi, propensione a comportamenti, stili di elaborazione degli stimoli, di riflessione e di problem solving. Secondo Exner, il Rorschach Comprehensive System non richiede di essere interpretato nella cornice di una specifica teoria della personalità: la descrizione delle modalità specifiche del funzionamento mentale della persona segue una procedura definita, per aree di funzionamento, e può poi essere articolata e sviluppata dall’interpretazione del clinico, che tiene conto di tutti gli aspetti anche emotivi, affettivi, relazionali e biografici del soggetto, sulla base della propria teoria di riferimento: tutti questi elementi sono da integrare ed interpretare secondo la teoria psicologica che l’esperto psicodiagnosta ritiene più utile. Un tempo i test psicodiagnostici, nati nell’ambito delle selezioni militari, e poi, nel caso del Rorschach e del TAT, molto sviluppati nell’ambiente psicoanalitico tradizionale, miravano essenzialmente a valutare l’individualità singola del soggetto, mettendo in secondo piano gli aspetti sistemici e relazionali. Questo comportava il rischio di perdere di vista aspetti essenziali alla base della psicopatologia. Oggi questo tipo di psicodiagnosi focalizzata esclusivamente sulle dinamiche individuali è archeologia: il clinico sa che la persona viene meglio descritta sulla base degli stili appresi nelle relazioni precoci, dello stile di attaccamento, dei Modelli Operativi Interni attivati in base alle prime esperienze, a volte traumatiche, ad alle necessità di adattarsi a queste ultime. L’integrazione di più strumenti ci permette di tenere molto più conto della sostanziale polivalenza e multifattorialità delle dinamiche psichiche che sono alla base dei sintomi e dei disturbi del soggetto. In particolare utilizziamo il Genogramma Familiare, che permette di raccogliere i dati dell’esperienza del soggetto nelle sue dinamiche relazionali con i genitori e di questi con la generazione precedente. Inoltre insegniamo anche il test ‘Early Memories Procedure’ di Arnold Bruhm che permette al soggetto di rielaborare ricordi significativi dell’infanzia e dell’età adulta e di collegarli ai risultati dei test, arricchendo di significato personale e di impatto emotivo il momento del report finale, che integra la dimensione sincronica del presente e quella diacronica della storia delle relazioni significative. Le teorie che, nella nostra scuola, fanno, per noi docenti, da sfondo all’interpretazione della personalità sono quindi essenzialmente quelle che valorizzano le dinamiche relazionali e la capacità di mentalizzazione, sia di area psicodinamica relazionale che della cosiddetta ‘terza generazione’ della scuola cognitivo-comportamentale, ed inoltre la teoria dell’attaccamento e gli studi di traumatologia sulla scorta di autori come Liotti, Van der Hart, Allan Shore. Centrale per la valutazione è la cornice generale dell’assessment collaborativo-terapeutico, così com’è stato formulato da Costantine Fisher e da Leonard Handler, Mary Tosanger e Stephen Finn. Secondo questo autore i test sono ‘amplificatori di empatia’, in grado di far comprendere al clinico in modo molto accurato la sofferenza e le dinamiche interne del paziente e di consentire ad entrambi i soggetti dell’assessment di sviluppare una condizione di sintonizzazione e di apertura.

    6. Ci sono due campi principali nell’uso delle tecniche proiettive, la clinica e la forense, quale pensa che sia quella di maggior interesse nell’applicazione dei tests proiettivi?

    Ritengo che sia molto utile per il diagnosta essere in grado di gestire entrambi questi ambiti. Nel contesto clinico, il rigore scientifico del test è naturalmente fondamentale, ma si dà maggiore spazio alla dinamica empatica e relazionale. Invece nel contesto forense il rigore scientifico risulta assolutamente prioritario. Nella comunicazione dei risultati del test nell’area clinica privilegiamo la logica di comprendere la sofferenza e gli elementi e le dinamiche personali che quali il paziente dovrà elaborare, mentre nell’area forense la valutazione serve ad una migliore conoscenza del soggetto perché decisioni importanti possano essere prese relativamente alla sua vita in modo davvero fondato ed ineccepibile. Qui l’aspetto relazionale è sempre importante ma diventa molto più significativo il compito del diagnosta di offrire al giudice o all’avvocato un parere scientificamente inattaccabile e di saper motivare le proprie riflessioni in modo articolato, documentato e aggiornato. Davvero il clinico che lavora in entrambi gli ambiti si accorge che questi si arricchiscono e si migliorano a vicenda. Per questo io dico spesso agli allievi che devono conoscere entrambi i campi e che devono saper utilizzare l’uno e l’altro modo di lavorare, perché la competenza nell’area clinica favorisce la capacità relazionale ed empatica e la competenza nell’area forense favorisce il rigore scientifico ed un linguaggio preciso e rigoroso. Per questo la risposta alla sua domanda è che queste due forme di pratica psicodiagnostica devono essere entrambe coltivate. Inoltre non dimentichiamo che la richiesta, almeno in Italia, di valutazioni forensi, sia nel penale sia nel civile, è numerosa e consente, a chi lavora con standard di qualità elevati, di avere buone soddisfazioni professionali. Gli ambiti usuali sono quelli, nel penale, della valutazione della capacità di intendere e di volere, per gli autori di reati gravi, e la valutazione della pericolosità sociale per chi non è ritenuto capace; poi nel civile le valutazioni di danno psichico, di capacità genitoriale, di capacità a gestire beni economici, contrarre matrimonio e a fare testamento, o di idoneità a svolgere determinate professioni.

    7. Come fare per convincere alunni e psicologi recentemente laureati dell’importanza di questa formazione?

    I giovani psicologi devono essere consapevoli che coltivare questa competenza permetterà loro di migliorare in modo molto concreto la loro capacità sia di relazionarsi con il paziente e di programmare una psicoterapia focalizzata, sia di rispondere alla richiesta di valutazioni che è sempre molto frequente da parte di numerosi altri professionisti, soprattutto dagli psichiatri, ma anche da figure professionali diverse come giudici, avvocati, educatori e assistenti sociali. 8. E per ultimo, come vede il futuro dei tests proiettivi? Il futuro dei test cosiddetti proiettivi, o di performance per immagini, dipende secondo me dall’impegno dei clinici e delle buone scuole a lavorare ad un livello di eccellenza, dimostrando ‘sul campo’ e nella pratica quotidiana le straordinarie potenzialità di questi test. La specificità dei test di performance ci offre delle eccellenti opportunità, sia per ‘cosa proponiamo’ sia per ‘come lo proponiamo’. L’aspetto creativo e relazionale del test, unito al rigore metodologico di tutte le fasi, dalla somministrazione alla codifica all’interpretazione ed all’integrazione con i risultati degli altri test, è qualcosa di unico e ricco di potenzialità relazionali ed euristiche straordinariamente significative. Le parole del protocollo Rorschach, così come i temi evocati dal paziente, ci forniscono parole ed immagini che, riportate ed integrate nel colloquio di restituzione, lo rendono un momento di incontro autentico, ricco di significato e di comprensione, che per noi clinici è particolarmente significativo e coinvolgente. Questa valenza relazionale ed emotiva non va a detrimento della scientificità dei risultati, perché ciò che li garantisce è il rigore e l’accuratezza della somministrazione, la scientificità della codifica e dell’interpretazione ed il riferimento a campioni normativi internazionali e nazionali accurati e specifici. Questa è una sfida oggi più importante che nel passato, perché spesso ci si deve confrontare con una diagnosi psichiatrica di tipo categoriale che spesso ‘fotografa’ efficacemente il presente, ma che focalizza l’attenzione su singoli aspetti parcellizzati e soprattutto prescinde completamente dalla relazione tra paziente e clinico. La sfida del Rorschach è quella di permettere una integrazione complessa di elementi sincronici e diacronici a molteplici livelli, in una cornice di rigore scientifico, e con un coinvolgimento emotivo e relazionale unico. Milano, 22/06/2015 Maria Fiorella Gazale

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